Per anni ho abitato una relazione triste, non segnata dal controllo esplicito ma da un bisogno che si faceva catena. Lui non comandava, si dichiarava fragile, spaventato, sempre sul punto di crollare. Mi usava come scudo contro la vita, contro la paura, contro il mondo. Non mi teneva prigioniera con ordini ma con il ricatto sottile del suo malessere. È questa la trappola: non il potere che si impone ma quello che succhia energia. Non un tiranno ma un succhiavita.
Io ci sono entrata facilmente, perché la mia forma di amare ha sempre avuto un tratto pedagogico, materno. Non era solo lui ad aver bisogno. Anch’io avevo bisogno di sentirmi necessaria, indispensabile. È un meccanismo antico, imparato presto in famiglia. Da figlia ho conosciuto il peso di proteggere invece che essere protetta. Ho capito che uno “forte” può farti male, che (af)fidarti significa rischiare le botte. Così ho scelto chi non poteva farmi male perché troppo debole. Meglio curare che esporsi alla ferita.
Ho scambiato la sua fragilità per intimità. Ho creduto che il mio sacrificio fosse amore. Ho trasformato la relazione in un ospedale affettivo, in cui io tenevo insieme e lui lasciava andare. Ma quella non era cura, era consumo. Io davo tutto, lui assorbiva, e alla fine nessuno dei due cresceva. Io non imparavo a chiedere, lui non imparava a vivere.
Questa dinamica non è solo personale, è politica. È un copione che si ripete in troppe relazioni. La vulnerabilità maschile trasformata in privilegio, la fragilità usata come arma per trattenere. L’uomo bisognoso che chiede di essere salvato e la donna che si trasforma in madre, infermiera, maestra, curator, orientatrice professionale. Non è dominio con la forza ma con il vuoto. Non è possesso ma drenaggio. E alla fine il risultato è lo stesso: una donna che non ha più spazio per sé.
La mia autocritica è riconoscere che questa scelta non era casuale. Io cercavo quel vuoto perché lo sapevo riempire. Mi difendevo dietro la mia capacità di prendermi cura, perché mostrarmi fragile mi sembrava troppo rischioso. Ho preferito essere indispensabile a qualcuno che mi succhiava vita, piuttosto che incontrare davvero qualcuno che potesse guardarmi negli occhi senza chiedermi di guarirlo.
Oggi so che non voglio più legami così. Non voglio più ospedali travestiti da amori. Non voglio più essere madre di adulti che non sanno reggersi. Non voglio più trasformare la pedagogia in una scusa per non rischiare davvero. Voglio relazioni in cui la libertà non sia fuga, in cui il nutrimento sia reciproco, in cui il rispetto non si travesta da pietà.
Forse, però, il formato coppia non è il migliore. Forse mettere davvero le relazioni di amicizia al centro della vita è la chiave. Forse l’ennesima etichetta — anarchia relazionale — ha senso, o forse no. Non lo so. Per ora resto in una dimensione bella e piacevole di scambi che direi quasi poetici con persone che riconosco affini. Vivo sensazioni amorose forti e intense attraverso dialoghi, scambi di visioni sul mondo, sulla vita, sulle possibili esistenze.
Forse stare da sola, senza esserlo, è la chiave. Vediamo.