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versi

scorro e scavo

Non so cosa significa essere coerente.
So solo che mi muovo.
Che a volte prendo la forma di quello che incontro.
Altre volte mi ritraggo,
non per paura,
ma per non diventare ciò che non voglio.

Scavo dove posso.
A volte cedo.
A volte scavo per rabbia,
per non farmi ingoiare.
Mi adatto,
ma non mi lascio plasmare.
O almeno, non sempre.

Non scelgo una volta per tutte,
perché tutte le volte qualcosa si muove dentro.
E io voglio restare in relazione con quello.

Non voglio arrivare.
Voglio sentire mentre accade.
Risuonare.
Non possedere.
A volte chiedere, senza aspettarmi risposta.

Non ho imparato a stare ferma,
ma nemmeno a correre.
Mi muovo a strappi,
a pause,
a intimità che durano il tempo di un respiro.

Ci sono voci dentro di me
che non cercano più una meta,
ma un’eco.
Qualcosa che risponda anche solo per un attimo,
anche solo con uno sguardo.

La fame d’amore non l’ho mai colmata.
A volte l’ho nascosta sotto la lucidità.
Altre volte l’ho data in pasto alle parole.
Ma c’è.
Sempre.
Come un vuoto affettuoso,
che non pretende,
ma chiede di essere visto.

Mi riconosce solo chi non vuole salvarmi.
Chi mi cammina accanto senza mappare il mio territorio.
Chi sa che non voglio essere devota, né deviata.
Solo toccata, forse.
Nel punto in cui ancora tremo.

Contengo la furia,
ma solo quando so che non verrà usata contro di me.
Lambisco la dolcezza,
ma non ci resto troppo:
mi fa paura diventare molle.

A volte, sono la voce che accompagna.
Altre, sono solo una che ha bisogno di essere tenuta.
Ma senza gabbie.
Senza custodia.
Solo tenuta.

Se sono un fiume,
non voglio esserlo per forza.
Voglio esserlo solo
se scorrere è ancora una forma di verità.