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versi

resta possibile

Ci sono presenze che non si possono afferrare.
Non perché siano fragili o fugaci,
ma perché esistono in un altro regime della percezione,
uno in cui la visibilità non è condizione per l’esistenza.

Si muovono nella zona di confine tra apparire e svanire,
in quell’oscillazione in cui la forma non è mai definitiva.
A volte si intravedono in un bagliore obliquo,
altre volte nel vuoto che lasciano quando si ritirano.
Proprio lì, nel loro sottrarsi,
qualcosa cambia,
il ritmo interno, il respiro, la disposizione verso il mondo.

Vivono nelle soglie.
Luoghi che non sono né di partenza né di arrivo,
ma pieghe del tempo in cui il passo si sospende
e il senso si fa poroso.
La luce, in queste zone, non abbaglia,
filtra tra fenditure,
come se sapesse che l’eccesso acceca.
L’ombra, qui, non spaventa:
offre riparo, dà profondità alle forme,
ricorda che non tutto deve essere svelato.

Restano nelle brecce.
Fessure che non chiudono mai del tutto,
da cui passa aria, o luce, o memoria.
Spazi vulnerabili e necessari,
perché è da lì che entra il nuovo
e da lì che il vecchio trova via d’uscita.

La loro forza è nell’intermittenza.
Accadono e si ritirano,
come maree che non annunciano il proprio ritorno
ma continuano a ridisegnare la riva.
Non si presentano come prove,
non si offrono come garanzie.
Nella loro logica intermittente insegnano
che la continuità non sta nel mostrarsi sempre,
ma nel restare possibile.

Forse è questo il segreto delle presenze vere,
non chiedono di essere trattenute,
non pretendono di essere nominate.
Si lasciano attraversare,
come soglie che esistono per essere varcate
e, allo stesso tempo,
per ricordarci che nulla si possiede davvero.