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maternità laterale

Non sempre prende la forma di una madre.

A volte ha lo sguardo calmo di una donna seduta in silenzio,
il profilo di un animale che resta accanto senza parlare,
una roccia.
Qualcosa su cui potersi arrampicare
quando manca l’aria.
Un posto dove stare intera
senza dover spiegare.

Una maternità così non stringe.
Non plasma.
Lascia accadere.
E se può,
nutre.
Ma non per dovere,
non per appartenenza.
Per affinità.
Per capacità di sentire
quando qualcosa sta cercando il suo modo di crescere.

Ci sono forme di cura che non si annunciano.
Stanno lì,
intermittenti,
senza far rumore.
Non hanno nome,
non pretendono ritorno.
Sono una piega nella realtà,
uno spazio lasciato vuoto apposta,
perché qualcosa possa germogliare.

Una maternità può anche essere fatta di fili,
di reti troppo tese,
di doveri detti e non detti,
di tristezze da sostenere
senza saperle nominare.
Può prendere la forma di una tela,
e chiuderci dentro.
Non per cattiveria.
Per necessità.

Da lì, lentamente,
si impara a cercare aria altrove.
A distinguere la presenza
che ti accoglie da quella che ti prende.

E allora riconosci certi gesti.
Quelli che ti fanno esistere senza chiederti di somigliare a nulla.
Quelli che sorridono alla tua differenza.
Che ti lasciano fiorire storta.
E che restano vicini finché serve,
poi si allontanano.
Ma senza sparire del tutto.

È da lì che nasce, forse,
una certa forma di maternità laterale.
Una presenza discreta,
che non plasma,
non redime,
non assorbe.
Sta accanto.
Guarda.
Aspira a far crescere ciò che desidera crescere.
Non per progetto.
Per desiderio.

A volte accade con un bambino.
Altre con un gesto.
Con una parola,
un animale,
una foglia.
Con tutto ciò che cerca di diventare
senza sapere ancora come.

È una forma di maternità che non ha figli,
ma porta vita.
Che non ha nome,
ma riconosce.
Che non trattiene,
ma accompagna.

A volte ha lo sguardo della volpe.
Altre volte il passo lieve della fata turchina.
Appare e scompare.
Resta, se serve.
Ma non prende il centro.

È una maternità che non cerca identità, né conferme.
Una forma di stare nel mondo
che tutela il possibile,
che non pretende
e non misura.

E se esistono donne
che portano tutto questo senza mai averlo potuto chiamare madre,
vorrei solo dire:
esiste.
È reale.
E non è un ripiego.
È una forma.
Che serve.
Che nutre.
Che fa parte del mondo.
E che non ha bisogno di scusarsi per esserlo.