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Sono cresciuta imparando a tenermi in piedi. Non perché fosse giusto, ma perché non c’era altra scelta. Ho costruito la mia forza come un ponte, mentre lo attraversavo.

Ho fatto esperienza della solitudine. E oggi questa forza non è una corazza. È una forma di stare. Mi serve per non sparire.

Non ho paura della mia vulnerabilità. Mi lascio aiutare, sostenere, abbracciare. Ma quando posso, scelgo di non restare nella stanchezza come unico spazio. Non è un giudizio verso chi non ce la fa: è solo la mia traiettoria, il mio corpo, la mia storia.

Non giudico chi non si regge. So che per alcune persone è impossibile. Che fermarsi può essere l’unico modo per restare vive.
Io però vengo da un’altra direzione: da un’infanzia senza rete, da un mondo che ha chiesto troppo troppo presto. E per questo oggi sto in piedi non per dimostrare nulla, ma perché credo che la forza – quando non esclude – possa tenere insieme.

Come docente, non educo per semplificare. Educo per aiutare ciascuno e ciascuna a trovare il proprio modo di stare. Anche quando la forza non arriva. Anche quando il cammino si fa storto.
Non cerco studenti performanti. Cerco presenze vere, anche fragili, che non usino la vulnerabilità per rinunciare a vivere. Che provino a starci dentro. Con gli strumenti che hanno. Col tempo che serve.

Come figlia, non assorbo più il debito che mi è stato lasciato. Non giudico la fragilità, ma il silenzio che la circonda. L’assenza fatta regola. Chi non guarda, chi non nomina, e poi chiede agli altri di essere forti.

Come donna, non mi rendo leggera per essere più digeribile. Non mi smusso. Non mi dissolvo. Credo in una forza che non schiaccia, nella vulnerabilità che non si traveste da resa.

Come non madre, non sento una mancanza. La mia forza si muove di lato, fiorisce nei legami che custodisco e lascio andare.

Come amica, non reggo il mondo. Lo condivido.
Chiedo, cedo, mi lascio sostenere.
So che anche il sostegno può diventare un rifugio, e quando posso, scelgo di non usarlo per evitare me stessa.
Ma accetto che per altri sia diverso. E resto. Presente.

Come persona, non sono definitiva. Ma sono viva.
E non chiedo che tutti siano come me.
Chiedo solo di poter esserlo senza scusarmi.
E di poter offrire, da questo posto, qualcosa che tenga.