Vorrei essere una che sa restare. Non per forza, non per paura, ma per scelta. Rimanere anche quando nessuno mi guarda, anche quando niente mi riflette, anche quando il mio essere lì non cambia nulla.
Vorrei essere una presenza che non brucia tutto per farsi vedere. Che non si accartoccia nei giorni muti. Che sa aspettare. Che non si vergogna della lentezza, dell’intermittenza, della fame di dolcezza.
Vorrei smettere di pensarmi solo per negazione. Solo come quella che non è figlia, non è compagna, non è madre come la madre che ho conosciuto. Vorrei sapere chi sono senza partire sempre da quello che rifiuto.
E invece ancora mi difendo prima di chiedere, mi affilo prima di abbandonarmi, mi proteggo anche quando non serve. Soprattutto quando non serve.
Vorrei essere più leggera, meno incline a sparire quando qualcosa mi fa male. Vorrei imparare a restare nel legame senza perdermi. Senza temere di essere troppo. O troppo poco. O nel posto sbagliato.
Vorrei essere capace di accogliere non solo i bambini e gli animali, ma anche chi mi ama senza pensarci troppo. Senza sentirmi in trappola. Senza dirmi che non mi interessa.
Vorrei poter dire “mi manchi” senza pensarci tre giorni. Senza doverlo trasformare in un gesto pedagogico. Senza trattenerlo fino a farlo morire in bocca. Vorrei sapere quando è il momento di smettere di aspettare.
Vorrei essere una che non torna sempre a guardare la porta. Che sa che certe cose non arrivano. E che sa perdonare ciò che non arriva.
Vorrei vivere in un tempo che non mi spinga sempre a produrre. Vorrei abitare la mia intelligenza senza doverla spiegare. Senza farne difesa. Senza sentirla come l’unico motivo per cui qualcuno potrebbe restare.
Vorrei imparare a ricevere. Non come premio, ma come diritto. E vorrei farlo senza sentirne la colpa. Vorrei diventare una casa che non ha paura di ospitare. Una finestra che sa chiudersi. Una bestia che sa tornare a sé senza fuggire.